GIORNATA DELL’AUTONOMIA 2026 A TRENTO

La riflessione della Presidente della nostra Associazione che ha partecipato alla Giornata dell’Autonomia celebrata a Trento il 5 settembre scorso.

A Trento Giornata dell’autonomia, quella che il Veneto non deve smettere di esigere.

Ci sono giorni in cui i luoghi raccontano meglio delle parole il senso delle cose.

Il 5 settembre ho partecipato, al Teatro Sociale di Trento, alla Giornata dell’Autonomia, in cui si sono celebrati gli 80 anni dalla firma dell’Accordo De Gasperi-Gruber: un trattato di appena due pagine, come ha ricordato sul Corriere del Trentino Daria De Pretis, con al centro due principi semplici e profondi: equità e comprensione, come pilastri della convivenza tra popolazioni diverse.

Due pagine che hanno fatto la storia.

E allora è inevitabile pensare alle migliaia di pagine profuse nei nove anni trascorsi dal referendum veneto del 2017. Pagine e pagine prodotte da ministeri, commissioni parlamentari, negoziati, ricorsi, sentenze, condizioni e vincoli.

Un oceano di burocrazia per arrivare agli schemi di intesa approvati la scorsa settimana dal Consiglio regionale del Veneto, francamente molto lontani da quella idea di autonomia che milioni di Veneti avevano indicato con il loro voto.

Dunque non si sa davvero che cosa abbia da festeggiare la maggioranza di centrodestra. Tanto meno il presidente Zaia, che nel 2017 chiedeva 23 materie e i nove decimi delle imposte, salvo poi sostenere, appena un anno dopo, in un convegno all’Università di Padova con l’allora ministra agli affari regionali Erika Stefani, di non voler trattenere sul territorio un euro in più di residuo fiscale, ma soltanto i risparmi prodotti dal «virtuoso sistema Veneto».

Ma non credo che possa festeggiare neppure l’opposizione di centrosinistra, che protesta per la modestia di questo risultato dopo aver per anni guardato con favore allo stallo, o addirittura tifato, per il fallimento del progetto autonomista.

La verità è che il fallimento è prima di tutto collettivo.

Perché nel 2017 i cittadini veneti seppero fare una cosa che la politica, negli anni successivi, non è riuscita a fare: essere d’accordo almeno su un obiettivo comune fondamentale. I Veneti hanno chiesto più autonomia.

Quella volontà fu espressa in modo massiccio e trasversale in un referendum ammesso dalla Corte Costituzionale.

Eppure partiti e istituzioni regionali non hanno saputo trasformare quella straordinaria partecipazione democratica in una strategia condivisa. Hanno preferito spesso la propaganda alla politica responsabile, la contrapposizione alla cooperazione, la bandiera di partito all’interesse del territorio.

Il confronto con il Trentino, oggi, è impietoso.

Qui l’autonomia non è uno slogan. È una realtà. E quest’anno hanno anche un obiettivo davvero importante da festeggiare.
Nel maggio scorso infatti il Parlamento nazionale ha approvato la legge costituzionale di riforma dello Statuto di autonomia del Trentino-Alto Adige, ripristinando pienamente i livelli di autonomia del 1992 e riconoscendo nuove competenze esclusive in materia di ambiente, contrattazione collettiva nel pubblico impiego e commercio.

Qui l’autonomia si vede. Si misura. Produce responsabilità e capacità di decidere dal basso come crescere, come svilupparsi, quali politiche di welfare, formazione e innovazione sperimentare per generare ricchezza e benessere condiviso.

E soprattutto viene difesa facendo squadra: tra Comuni, Provincia, Regione, parlamentari, istituzioni. Le differenze politiche restano, naturalmente. Ma quando sono in gioco gli interessi del territorio, prevale la capacità di cooperare.

È questa, forse, la lezione più importante che il Veneto dovrebbe imparare.

In occasione della cerimonia ho incontrato con grande piacere Lorenzo Dellai, presidente della Provincia autonoma di Trento dal 1999 al 2012. Parlando del percorso veneto, mi ha rivolto una domanda tanto semplice quanto difficile da contestare: «Ma come fanno a chiamare “autonomia” le modestissime concessioni  arrivate da Roma?»

Già. Dopo nove anni, siamo costretti a riconoscere che qualcosa si è inceppato. E che una classe politica incapace di unirsi e cooperare quando è in gioco l’interesse del territorio ha contribuito a spegnere quell’entusiasmo autonomista che il referendum aveva acceso.

Ma non dobbiamo confondere la delusione con la rassegnazione.

Il referendum del 2017 ha lasciato un seme. Quel seme è ancora lì. Sta alla società civile, a noi cittadini, oggi, impedire che venga dimenticato.

Perché l’autonomia non è una concessione da chiedere con il cappello in mano. Non è una guerra contro Roma. E non è una bandiera da agitare durante le campagne elettorali.

È un valore espressione di libertà e partecipazione e strumento di autogoverno responsabile.

È la possibilità di decidere più vicino ai cittadini, di adattare le politiche alle caratteristiche delle comunità, di rendere più efficiente l’amministrazione pubblica e di affrontare le grandi sfide del nostro tempo con istituzioni territoriali forti e capaci di cooperare.

Autonomia non significa isolarsi. Significa essere più forti per cooperare meglio: con lo Stato, con le altre Regioni, con i territori vicini e con le diverse realtà dell’Europa.

Perché il Veneto non dovrebbe allora ambire allo stesso livello di autonomia, responsabilità e autogoverno del Trentino?

Non ce n’è una di ragione per negarglielo. Lo stesso presidente Mattarella oggi ha affermato che “non siamo una nazione pietrificata, ma aperta al divenire”.

E noi non abbiamo intenzione di arrenderci. Perché la società veneta ha dimostrato di avere le condizioni  e i requisiti per chiederlo: penso ad es. alla rete delle scuole dell’infanzia paritarie e nidi con cui il privato non profit garantisce in Veneto l’accoglienza dei due terzi dei bambini nella fascia 0-6 anni con un sotto investimento dello Stato di centinaia di milioni di euro che grava su gestori, personale e famiglie del territorio. È tempo di ripristinare l’equità a loro favore.

La nostra associazione Veneto per le Autonomie continuerà a impegnarsi per questo obiettivo. Abbiamo idee e proposte per aprire un nuovo ciclo dell’autonomismo veneto.

Perché dopo nove anni bisogna forse cambiare metodo e strumenti, non obiettivo.

Perché il referendum del 2017 non è stato un incidente della storia. Anzi affonda le radici nella millenaria tradizione di autogoverno della Repubblica di Venezia.

È stato un fatto di popolo, inveratosi in uno strumento di democrazia diretta.

E quel fatto merita rispetto e risposta.

Chi vuole partecipare a questa nuova impresa si faccia sentire.

Simonetta Rubinato

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